Germano Celant e la sua guerriglia culturale

di Valentina Spata

 

Germano Celant e Giulio Paolini , Galleria Toselli, Milano 1973

 

“L'artista, novello giullare, soddisfa i consumi raffinati, produce oggetti per i palati colti. Avuta un'idea vive per e su essa. La produzione in serie lo costringe a produrre un unico oggetto che soddisfi, sino all'assuefazione, il mercato. Non gli è permesso creare ed abbandonare l'oggetto al suo cammino, deve seguirlo, giustificarlo, immetterlo nei canali. L'artista si sostituisce così alla catena di montaggio. Là un'arte complessa, qui un'arte povera, impegnata con la contingenza, con l' evento, con l'astorico, col presente. L'artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilità, sorprendere e colpire, non l'opposto. Nelle arti visive la libertà è un germe che contamina ogni produzione. L'artista rifiuta ogni etichetta e si identifica solo con sé stesso”.

Pino PascaliCosì tuonava Germano Celant in un articolo pubblicato su Flash Art nel novembre del ’67, dal titolo “Appunti per una guerriglia”, nasceva l’Arte Povera, movimento cardine nella storia dell’arte italiana del secondo Novecento. Protagonisti e “belligeranti”: Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio. Nell’anticamera rovente sessantottina questi artisti radicalizzano il dissenso contro la loro condizione professionale, il conflitto li porta a un distacco verso l’oggetto, pasto per un sistema di mercificazione considerato lugubre e svuotato. La contestazione riesce a revisionare i canoni dell’estetica tradizionale e evidenzia il sopruso di considerare un’opera, in maniera reiterata, principalmente come mercanzia. L’arte si sottrae dalla sfera del sublime e diventa accadimento, realtà, vive e si sostenta “nel mentre”. L’artista antepone alla poetica la propria identità, arte e vita diventano inestricabili. I “poveristi” avevano compreso che importante era, nelle loro imprese artistiche, abbandonare il ruolo marginale, utopico, specialistico o periferico a favore di un modello operativo di più vasta portata. Essere contemporanei era una necessità, proibita era la fuga dal presente. Dopo 45 anni di memorabili azioni, nella nostra arte attuale rimane in eredità solo il concetto di pauperismo?


» Arte Povera 2011
a cura di Germano Celant



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