Gillo Dorfles e i 102 rintocchi della critica

di Valentina Spata

Psichiatra, filosofo, pianista, pittore, protagonista assoluto della trasformazione  dell’estetica italiana del dopoguerra. Poliedrico per vocazione, impugna con disinvoltura il pennello fin dagli anni Trenta: Kandinskij, Klee  sono i principali nessi, nel segno di un astrattismo volto al lirismo, spasmi coloristici e latente antropomorfismo nelle libere linee. Nel 1948, con Munari, Soldati e Monnet, Gillo Dorfles è tra i fondatori del Movimento Arte Concreta, tra i “concretisti” fino al 1952, sceglie il diniego ideologico lontano dal neorealismo imperante, a favore di una pura espressione creativa. Con la stessa disinvoltura “sfodera” da questo momento in poi la penna della critica: “sono un bifido”, si è autodefinito alludendo al doppio impegno della sua vita di critico e pittore. La bibliografia è immensa, 2500 pubblicazioni, di cui 150 libri usciti in Italia e all’estero, parole decise che lasciano tracce indelebili per esplorare correnti, artisti, movimenti, soliloqui, ripensamenti,  abbagli e conquiste dell’arte contemporanea, per scriverne con autorità la storia. “Evitiamo la scientifizzazione dell’arte”, ammonisce Gillo. Abbiamo imparato dalle sue pagine dense che l’opera ha una sua anima e un suo carisma assoluto e che in ultima istanza sfugge a qualsiasi sentenza definitiva.
Buon compleanno: 100, 1000, ancora rintocchi di gloriosa critica!

In quella trappola del bere e della rabbia...

di Giusto Puri Purini

 

Ieri sera seguendo il film di Ed Harris sulla vita "sregolata" del grande pittore Jakson Pollock (1912-1956), ho potuto constatare la sottile linea emozionale che agli albori del terzo millennio ancora collega quell'epoca con la nostra.

Ho percepito di nuovo, profondamente, il muro "catartico" che allora si ergeva tra la cultura espressa e l'alveo sociale, con tutti i limiti percettivi che ne derivavano, infondendo spesso negli artisti di quel tempo la sensazione rabbiosa ed impotente di non essere capiti, vedi Oldenburg, Rothko, Hopper.

Diceva Pollock che l'arte moderna è l'estensione delle tensioni che viviamo come in una "lettura" che descrive ciò che ci circonda.

Jackson Pollock - GalaxyIn quella trappola del bere, della rabbia, del muro contro muro, vi è sprofondata chi più e chi meno, tutta una generazione di artisti... da Tano Festa, a Lo Savio, Angeli, Schifano. Altri sono ancora tra di noi, come Kounnellis, Pistoletto ecc a testimoniare l'istinto di sopravvivenza... e una saggezza alla ricerca di un "nirvana" in terra.

Questa diatriba tra il farcela e il soccombere, come antichi alfieri di una battaglia di contenuti, si scontra oggi con il benessere sociale sopraggiunto, lo stemperarsi dell'autodistruzione e la caduta del muro "catartico", quindi, si è riversata su una moltitudine di operativi dell'Arte, che hanno moltiplicato senza limiti, gallerie, mercati mondiali, mostre, manifestazioni e grandi eventi, rendendo difficile per i critici i curatori ed i mercanti una vera selezione inter pares.

Ci troviamo di fronte ad un mondo che ha sì iniziato come in tanti processi di massificazione, una vera e propria rivoluzione globale, dove i primi e sofferti vagiti degli artisti sono stati recepiti, ma ha lasciato per strada quell'esistenzialismo emozionale che li rendeva unici e diversi.

Ed è questo che oggi, nella scelta di nuove star dell'arte, il grande enigma, che curatori , critici, ed in particolare Vittorio Sgarbi, a cui tanto potere è stato concesso e che afferma in un'intervista sulla Biennale "...io faccio quello che voglio e ho una vita pubblica spettacolare...", non riescono a percepire.

Si ritrovano sicuramente meglio davanti ad un "wild-bunch" di una immane produzione mondiale di tanti "talenti", ma non di altrettanti "artisti". Non si vuole più vedere l'arte passata attraverso il filtro dell'individualità, e come in pochi sfondarono il "muro del suono" dei canoni tradizionali, attraverso grandi sofferenze ed eccezionali intuizioni, aprendo a tutti noi i loro subconsci.

Sentivo Sgarbi ieri nella bella mostra della Luciana Matalon già alla Biennale a Venezia, presso la Galleria della Gloria Porcella, parlare male di tutto, dall'Ara Pacis a Rutelli, Veltroni, alle precedenti Biennali, all'Arte Moderna in generale come se solo lui, nella "Fiera della Vanità" che stiamo vivendo, potesse individuare, delegando a terzi, il nucleo centrale della nuova contemporaneità italiana.

Mario Schifano - I futuristi

Da parte sua, una struggente abdicazione borghese alla via della conoscenza, che lui confonde con la politica, sempre protetto e sulla difensiva, ad imporre giudizi e maldicenze senza coglierne il travaglio iniziatico del dopoguerra, unico filo di Arianna per giudicare oltre i confini di una cultura mediatica, il ruolo di ariete e di spinta rivoluzionaria che da sempre conduce la vera Arte Moderna con i suoi umani protagonisti.