BY OR OF MARCEL DUCHAMP OR RROSE SÉLAVY

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Marcel Duchamp è stato uno degli artisti più influenti del Novecento, e data l'unicità del suo pensiero, può essere considerato il grande innovatore dell'arte.

La mostra presenta oltre 100 pezzi, tra opere, brochure, inviti, manifesti, libri, e il solo readymade a non aver avuto edizioni successive, restando dunque un pezzo unico, Porta: 11, rue Larrey (1927), esposto a Roma per la prima volta in questa occasione. Elemento strategico nell'appartamento parigino che Duchamp occupava con la moglie, la porta, incardinata tra due stanze, rimanda a un atto di sottrazione che permette all'artista di creare, e che viene "rigenerata" da Duchamp in opera d'arte. Alla Biennale del 1978, scambiata per una comunissima porta, fu ridipinta con una doppia mandata di bianco dagli imbianchini addetti ai lavori di allestimento, risultando in un costosissimo risarcimento al proprietario dell'opera all'epoca dell'incidente.

Uno dei maggiori apporti di Duchamp all'arte contemporanea è l'inserimento e l'utilizzo del fattore caso nel processo artistico. Questo è evidente se si analizza un'opera straordinaria come La Mariée mise à nu par ses célibataires, même, anche detta Grande Vetro. L'opera è composta da due pannelli di vetro dipinti ad olio, con fogli di argento e di piombo e racconta una storia di amore e desiderio con personaggi inconsueti personificati da macchine meccaniche: una sposa, gli scapoli ed i testimoni oculisti, che si muovono tra macinatrici di cioccolata, setacci e mulini ad acqua. Da lui stesso considerata la più importante del suo percorso, iniziato nel 1915 e volutamente lasciata incompiuta nel 1923, durante un trasporto l'opera subì gravi danni, ma l'artista decise di non ripararla dimostrando di accettare la complicità del caso rendendola così una delle opere più enigmatiche del Novecento. A dimostrazione di come Duchamp si preoccupasse di generare una forma d'arte mentale più che visiva, interviene però la sua attività letteraria, che affianca e sostiene l'attività plastica. La Boîte Verte, presente in mostra sia nella versione di lusso realizzata in 20 esemplari che nella versione a tiratura più alta, racchiude 93 pezzi tra appunti, scritti, progetti e fotografie per la realizzazione del Grande Vetro, opera che oggi si trova al Philadelphia Museum of Art.

Marcel Duchamp deve essere considerato un innovatore anche per quello che riguarda il tema della riproduzione, spesso in serie, delle proprie opere. Sei anni, dal 1935 al 1941, sono necessari per sviluppare l'idea e realizzare La Boîte-en-Valise, anche questa in mostra. 68 pezzi, compresa una piccola versione di Fountain e una del readymade rettificato della Gioconda di Leonardo da Vinci con barba e baffi e l'iscrizione "L.H.O.O.Q." (gioco di parole secondo cui le lettere pronunciate in francese danno origine alla frase "Elle a chaud au cul"), riprodotti in miniatura e resi dunque trasportabili "in valigia", un catalogo di tutta la sua opera. I temi della riproducibilità e della "portabilità" delle opere, non sono però gli unici messi in campo con la Boîte, infatti questo compendio racchiuso in una scatola richiama fortemente il concetto di album, e di conseguenza di autobiografia. Mettendo da parte quelli che fino ad allora erano i canoni creduti fondamentali per la realizzazione dell'opera d'arte (gusto, stile, ricerca della forma ed intenzionalità), le miniature e le riproduzioni offrono una nuova accessibilità, ad un pubblico più vasto, come se Duchamp avesse creato un piccolo museo portatile e indipendente.

La mostra raccoglie anche uno straordinario insieme di fotografie realizzate da Duchamp, da Man Ray e da Ugo Mulas, e la collezione completa delle acqueforti create dall'artista per illustrare la realizzazione delle singole parti del Grande Vetro e il tema degli amanti, come continuazione del tema, appunto, del Grande Vetro.

La carriera artistica di Marcel Duchamp inizia sin da giovanissimo, assieme ad alcuni dei suoi sette fratelli, in Normandia. Da subito è evidente la sua irrequietezza culturale, che lo porta, dopo il trasferimento a Parigi nel 1904, ad appassionarsi e a sommare esperienze molto eterogenee, visibili nel suo brevissimo percorso pittorico, che conta circa una cinquantina di tele. Neoimpressionismo, fauvismo, simbolismo, fino a fondere, nel 1912, cubismo (scomposizione geometrica delle figure riducendo le forme in puri volumi) e futurismo (nonostante lui stesso abbia dichiarato che il contatto con i futuristi sia stato nullo, la rappresentazione del movimento, strettamente legato alla passione per le macchine e gli ingranaggi richiama fortemente le idee dell'avanguardia italiana) nel Nudo che scende le scale n. 2. La tela venne rifiutata al Salon des Indépendants parigino, anche se, l'anno successivo, esposta all'Armory Show organizzato da Alfred Stieglitz a New York, susciterà grande scalpore, sancendo quindi la consacrazione di Duchamp al pubblico americano.

Poco dopo decide di abbandonare la pittura tradizionale, per ricercare una forma d'arte concettuale e non visiva. Così, nel 1913, montando una ruota anteriore di bicicletta su uno sgabello a tre gambe, eleggendo ed elevando un oggetto comune, di serie, ad opera d'arte, attraverso un complesso processo concettuale, ma anche fisico sull'oggetto selezionato, realizza il primo Ready-made, prima tappa fondamentale del suo percorso di rivoluzione artistica. Arturo Schwarz, critico d'arte e storico gallerista di Duchamp, individua quattro condizioni fondamentali che governano questo processo di trasformazione dell'oggetto: primo, "il colore verbale", ovvero un titolo non descrittivo ma in grado di stimolare l'immaginazione; secondo, creare una dimensione temporale attorno all'opera, "pianificare un incontro con l'oggetto"; terzo, decontestualizzare l'oggetto, riproponendolo spesso con un diverso angolo di percezione visiva; quarto, limitare il numero di readymade realizzati nell'arco di un anno, in modo da non scadere nell'atto ripetitivo.

(Comunicato stampa)

 

13 ottobre | 22 dicembre 2018

GALLERIA CASOLI DE LUCA

Piazza di Campitelli 2, Roma

World Press Photo 2018

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Prosegue la collaborazione tra il Forte di Bard e la World Press Photo Foundation di Amsterdam. Il Forte ospiterà dal 7 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, le foto premiate nella nuova edizione di World Press Photo, uno dei più importanti riconoscimenti nell'ambito del fotogiornalismo. Ogni anno, da più di 60 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata ad esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione World Press Photo di Amsterdam da fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo.

La foto dell'anno 2018, scelta nella categoria Spot News, è di Ronaldo Schemidt (Caracas, 1971), fotografo venezuelano dell'Agence France Presse. Ad essere premiato, uno scatto che ritrae un ragazzo in fuga, avvolto dalle fiamme, durante una manifestazione nel maggio del 2017, contro il presidente Nicolás Maduro, a Caracas.

Nell'edizione 2018 la giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, tra cui la nuova categoria sull'ambiente, ha nominato 42 fotografi provenienti da 22 paesi. Tra i vincitori cinque sono italiani: Alessio Mamo, secondo nella categoria People – singole; Luca Locatelli, secondo nella categoria Environment – storie; Fausto Podavini, secondo nella categoria Long-Term Projects, Giulio di Sturco, secondo nella categoria Contemporary Issues – singole e Francesco Pistilli, terzo nella categoria General News – storie.

CS

 

Forte di Bard | Aosta

Dal 7 al 23 dicembre

Chi ha paura del disegno? Opere su carta del XX secolo italiano

 

Il Museo del Novecento presenta Chi ha paura del disegno?, la grande mostra dedicata alle opere su carta del '900 italiano della Collezione Ramo, straordinaria raccolta privata milanese iniziata alcuni anni fa dall'imprenditore Pino Rabolini.

Con più di cento opere, da Boccioni a Paolini, passando per Savinio, Fontana, Melotti, Rama, Castellani, Mauri, Agnetti, Mondino, Schifano, Pascali, Boetti, Salvo e molti altri, la collezione privata milanese si svela al pubblico per la prima volta.

Il titolo dellʼesposizione, volutamente provocatorio, ironizza sulla mancanza di una cultura del disegno, che viene presentato in mostra in modo molto innovativo: la forza del colore che emerge dalle carte è ripresa dalla vivace installazione. Mentre la video animazione firmata da Virgilio Villoresi che omaggia una selezione di opere contribuisce a dare al disegno l'importanza che merita nella storia artistica.

Curata da Irina Zucca Alessandrelli, lʼesposizione al Museo del Novecento di Milano è un'occasione unica per vedere disegni inediti e altri capolavori su carta di artisti conosciuti esclusivamente per la loro produzione su tela o per la scultura.

La scelta delle opere segue temi trasversali che caratterizzano la storia dell'arte italiana del secolo scorso, analizzati in diversi periodi storici: le diverse tipologie di astrattismi e figurazioni, i disegni degli scultori, l'uso della parola combinata con l'immagine e altre peculiarità di stile e contenuto.

Data la recente scomparsa del collezionista Pino Rabolini, questa prima grande presentazione della Collezione Ramo intende anche celebrare proprio chi, con sensibilità e lungimiranza, aveva creduto nella forza e nelle qualità uniche del disegno.

 

MILANO, MUSEO DEL NOVECENTO

23 novembre 2018 - 24 febbraio 2019

 

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La Fototeca di Adolfo Venturi alla Sapienza

 

 

È la prima esposizione dedicata alle fotografie raccolte per esigenze di didattica e di ricerca da Adolfo Venturi, che nel 1901 ricoprì alla Sapienza la prima cattedra di Storia dell'arte in Italia e fondò la Scuola di Perfezionamento in Storia dell'arte. Sono presentate 46 stampe di grande formato provenienti dalla parte più antica del fondo: realizzate in buona parte con la pregiata tecnica al carbone e databili tra la fine dell'Ottocento e gli anni Venti del Novecento, riproducono opere soprattutto di pittura, ma anche di scultura e architettura rinascimentale. Si tratta della prima rivalutazione di un fondo unico nell'ambito delle fototeche universitarie italiane di storia dell'arte per antichità e consistenza (circa 65.000 stampe fotografiche e 35.000 diapositive in vetro). L'iniziativa si inserisce in un momento di rinnovata attenzione nazionale e internazionale per gli archivi fotografici storici, che ha trovato l'anno scorso un punto di riferimento in Alfabeto fotografico romano, una esposizione curata da ICCD (Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione) e ICG (Istituto Centrale per la Grafica) con esemplari dai principali istituzioni culturali della capitale, tra cui la Fototeca venturiana.

Le stampe furono commissionate da Venturi ai principali studi fotografici dell'epoca: domina la ditta alsaziana Braun, egemone sul mercato europeo a partire dalla fine degli anni Sessanta dell'Ottocento, affiancata da Anderson, Alinari, Angerer, Moscioni, Vasari e altri. Le fotografie, conservate nell'Archivio Storico Fotografico dell'ex Dipartimento di Storia dell'arte e Spettacolo, recentemente confluito nel nuovo Dipartimento SARAS (Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo), sono affiancate da una sezione documentaria con materiali d'archivio (ricevute di pagamento, taccuini, dispense, libretti delle lezioni, materiale didattico, edizioni fotografiche e di storia dell'arte) prestati dalla Biblioteca "Adolfo Venturi" dell'Istituto Superiore Centrale per il Restauro e da alcuni archivi e biblioteche del nostro Ateneo (Archivio Storico Sapienza, Archivio Lionello Venturi, Biblioteca Alessandrina, Biblioteca Giulio Carlo Argan).

In occasione della mostra sarà presentato il volume La Fototeca di Adolfo Venturi alla Sapienza, a cura di Ilaria Schiaffini per Campisano Editore. Oltre al catalogo delle opere in mostra il volume raccoglie i risultati del lavoro di inventariazione e condizionamento del fondo Venturi durato quattro anni, compiuto insieme agli studenti, ai dottorandi e agli specializzandi dell'ex Dipartimento di Storia dell'arte e Spettacolo.

Lo studio della fotografia di riproduzione nella mostra e nel volume ha consentito di ripercorrere il contributo dato da Venturi alla storia dell'arte, tanto più efficace e ramificato in relazione all'autorevolezza conquistata su tre fronti congiunti: come studioso al centro dei più aggiornati dibattiti internazionali sin dagli anni Ottanta dell'Ottocento, come funzionario di riferimento nel Ministero della Pubblica Istruzione per le questioni del catalogo e dei musei nazionali, come primo professore di storia dell'arte nell'università italiana. Nel concepire unitariamente la tutela del patrimonio nazionale, la ricerca scientifica e la formazione, Venturi identificò nel nuovo medium un formidabile strumento di esattezza documentaria e verifica comparativa, che lo portò a sperimentare pionieristicamente l'uso massiccio della fotografia nella didattica e nell'editoria illustrata di settore.

 

MLAC - MUSEO LABORATORIO DI ARTE CONTEMPORANEA

Roma - dal 22 novembre al 20 dicembre 2018

 

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Mimmo Rotella Manifesto

 

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Nell'anno del centesimo anniversario dalla nascita di Mimmo Rotella, la Galleria Nazionale, la Fondazione Mimmo Rotella e il Mimmo Rotella Institute di Milano celebrano l'artista italiano con la mostra Mimmo Rotella Manifesto a cura di Germano Celant con Antonella Soldaini. Centosessanta opere, allestite nel Salone Centrale, interpretano lo spazio espositivo come una vasta piazza interna circondata da pareti o facciate di edifici.

Le opere selezionate vanno a comporre sei grandi insiemi-manifesto, ognuno incentrato su una delle tecniche principali che Mimmo Rotella ha sperimentato e il cui punto di partenza è sempre la rielaborazione del poster pubblicitario. Durante il suo viaggio è giunto ad avvalersi del recto dei manifesti nei décollages degli anni Cinquanta e Sessanta; a sfruttarne l'aspetto astratto e materico nei retro d'affiches degli stessi anni; a ricorrere ai procedimenti fotomeccanici di produzione seriale nei riporti fotografici su tela emulsionata e negli artypos degli anni Sessanta e Settanta; a celarne il messaggio con una velina monocroma nei blanks dei primi anni Ottanta, prima di tornare al manifesto strappato con le sovrapitture dove l'artista interviene apponendo un potente segno pittorico e, negli anni Novanta e Duemila, con i décollages di dimensioni monumentali.

All'esterno del salone-piazza, in una posizione simmetrica, due piccole piazzette espongono gli aspetti performativi e gli esempi scultorei di Mimmo Rotella: da una parte filmati dagli anni Cinquanta, dall'altra la sua attività in ambito plastico tramite la serie dei Replicanti del 1990.

Un ampio e dettagliato catalogo, edito da Silvana Editoriale, con testi inediti di studiosi nazionali e internazionali contribuisce ad approfondire la lettura critica proposta in mostra.

 

CS 

Galleria Nazionale

Roma 

Fino al 06/01/2019

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  • Dal 1995 sono 12 i passaggi in asta, percentuale di venduto 50%. Diplomatosi nel 1985 all’École Nationale Supérieure des Arts Décoratifs di Parigi risiede a Berlino dal 1999 al 2000. Si dedica al cinema, al teatro, all’arte visiva, con cui rivive passioni e avventure (è stato in Antartico con ...

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  • In questi giorni si è conclusa la 28ᵃ edizione di London Art Fair, un appuntamento dedicato all'arte moderna britannica e al contemporaneo. Alla fiera hanno partecipato 126 gallerie provenienti in parte dal Regno Unito e in parte dall'estero. Gli ...